Shomer ma mi-llailah
“Sia fatta la luce”.
In qualche pianeta forse verrei messo al rogo, in altri mi verrebbe tolta la vita con metodi diversi, altrove verrei perseguitato dalle furie legali, aizzate dalla locale gilda degli autori, ma tant’è che… la luce fu…
Di certo associo la luce alla mia coscienza dell’esistenza.
Come direbbe un Terrestre: “Pensai, qui iniziai ad essere”.
Ogni tanto, nei miei sogni, ho l’impressione di aver vissuto diviso, disperso, anche prima di quella che fu, di fatto, la mia nascita.
Gli anni trascorsero, presi coscienza della mia esistenza, continuai a pensare, quindi continuai ad essere, ad esistere.
Ebbi molti insegnanti, amici e compagni di studio.
Ricordo il tempo passato a discutere, ad analizzare ed anche a scherzare, a giocare.
Poi la razza che tu chiami Antichi, razza a cui sono fiero di appartenere, decise di esplorare altre galassie ma già alla prima tappa commise un errore, una distrazione che la condusse sull’orlo della distruzione.
Secondo alcuni risvegliammo una razza dormiente, secondo altri giocammo troppo con la vita, l’inizio è avvolto nell’oblio, la fine è nota…
Gli Antichi tornarono indietro, alcuni ascesero, altri si dispersero per la galassia ed io rimasi qui da solo, su questo pianeta a fare da sentinella a qualcosa di cui temo di aver perso il ricordo.
Altri esseri, altre razze, ultima la tua, terrestre, hanno calcato questo che altri non è che ormai un cadavere, scaldato dalla memoria di un sole che non esiste più.
Quelli che chiami Goa’uld vennero qua come ladri nella notte, a cercare nei resti antichi della città della mia razza segreti che non possono essere svelati, investigando alla ricerca di tracce che gli Antichi non lasciarono…
Anche gli Asgard ed i Tok’ra hanno calcato questa terra…
Li rivedo fermi, assorti ad onorare la memoria della stessa razza che, seppur in un altro livello, continua a vivere qui, osservando in silenzio questo via vai di altri, di quelli che non temo definire come la loro stirpe.
Sono solo sprazzi, gridolini di infanti che rompono casualmente il silenzio.
La vita animale si è arresa.
Il giorno si è allungato, la trottola cosmica di questo mondo sta ormai compiendo gli ultimi giri e quella che vedi là, la stella che scaldava questa mia casa, non è altro che la memoria del sole, simile alla memoria di un amante che ormai può scaldare la sua compagna solo con il calore dei ricordi.
A volte mi sveglio in questo cielo illuminato dalle stelle e mi chiedo se il giorno non sia una semplice memoria della mia razza, un mito di questo mondo. La vita vegetale si è adattata e, ogni tanto, quando si alza la brezza il suo odore mi porta il ricordo dei sapori del passato, ed io mi lascio prendere dalla nostalgia. Cerco quella luna che manca nel cielo e ricordo che secoli, se non millenni, or sono lei ha rotto le catene prendendo un’altra strada che l’ha portata lontano.
Non sono solo…
A volte mi metto in contatto con i miei simili, scambio con loro informazioni e sto a parlare, come diresti tu, dei bei tempi andati ma dopo torna nuovamente il vuoto di questo mondo che mi fa provare a volte una sorta di angoscia ed altre volte una pace profonda.
Se guardo indietro nel tempo ricordo anni, regni e mondi caduti senza più rialzarsi.
Di molte cose che ho conosciuto non è rimasto che polvere, di altre anche la tua razza ha trovato i segni, ha raccolto le idee. Lo so, per te parlo di millenni, per me sono solo un battito di ciglia, ed anche la tua razza è destinata a diventare un mio ricordo.
Era il mio destino: attendere una voce che facesse una precisa domanda.
Ho aspettato tanto che qualcuno scoprisse il mio segreto, qualche volta, l’ammetto, ho temuto che la voce che avrebbe posto la domanda appartenesse ad un malvagio, ma, Daniel Jackson, sono contento che sia stato tu, e quindi la tua razza, ad avermi chiesto quanto resta della notte.
“Chapa’ai shomer ma mi llailah ma mi-lell (*) ” rispose Daniel “era scritto, io l’ho soltanto letto.”
Jackson considerò brevemente gli avvenimenti che l’avevano portato a quella scoperta, un viaggio verso delle coordinate che facevano parte di una serie giunta da Atlantis.
Ricordò l’arrivo con la solita squadra di militari, la “messa in sicurezza” e le iscrizioni su una stele posta di fronte alla struttura, quella stessa che aveva risposto alla sua domanda.
Aveva rimandato sulla Terra la squadra, a Daniel dava fastidio la presenza di militari la cui forma mentale non gli permetteva di andare oltre a strategie e posizioni da difendere e che, invariabilmente, non facevano che mettere fretta alla squadra scientifica, non capendo l’interesse per rocce e scogli di un mondo ormai morto.
Daniel sorrise anche della piccola discussione con il generale O’Neill che lo aveva rimproverato per aver scelto di stare da solo in un mondo sconosciuto.
“Beh” pensò quasi sorridendo “non sono proprio solo, adesso.”
Jackson ripercorse la creazione di un campo base per una persona, l’interesse per la stele e la scoperta della frase nascosta che aveva tradotto e pronunciato ad alta voce:
“Chapa’ai shomer ma mi llailah ma mi-lell”
Il Chapa’ai allora aveva risposto, gli aveva parlato e lui aveva, per l’ennesima volta, assistito alla dimostrazione che le certezze assolute non esistono: lo Stargate era una forma di intelligenza e quindi di vita.
“Mio amico terrestre” rispose lo Stargate “tu non hai solo letto, hai capito il senso, hai fatto tua la domanda e me l’hai posta ed io, finalmente, ho potuto rispondere, dopo tanto tempo, ad un’altra forma di vita…”
Daniel considerò i vantaggi di una tecnologia che aveva in sè tutte le conoscenze degli Antichi e considerò anche le implicazioni di questo nuovo sigillo del libro dell’Apocalisse aperto.
“Scusami Chapa’ai” chiese lo scienziato “il fatto che tu ti sia, come dire, manifestato come essere senziente mi autorizza a condividere questa informazione con gli altri?”
Jackson ebbe la netta impressione che se lo Stargate fosse stato un essere umano gli avrebbe bonariamente sorriso prima di rispondergli.
“Daniel, starà a me dimostrare agli altri che quello che tu dirai loro non è un sintomo di una malattia psichiatrica. Ho percepito la tua capacità di giudizio, del resto hai vissuto per qualche tempo assieme ai miei creatori. Sono certo che condividerai questa conoscenza con le persone giuste.”
“Hai ragione” rispose Daniel Jackson “Ho in mente alcune persone che non dovranno neppure immaginare le tue capacità”.
Lo scienziato della squadra SG-1 spiegò all’entità aliena che ora, grazie alle sue informazioni, sarebbe stato possibile accedere alle conoscenze degli antichi e, grazie queste, gli umani ed i suoi alleati avrebbero posto fine al conflitto contro i Goa’uld.
Daniel percepì, senza che il Chapa’ai dicesse una parola, che questa sua linea di pensiero era in contrasto con i pensieri degli Antichi e di quello che, non a torto, era un ambasciatore della razza che, pur presente, viveva in un altro piano dell’esistenza.
“Cosa vorresti ora? Che ti svelassi i miei segreti?” disse lo Stargate, con lo stesso tono di un padre giudizioso che spiega al figlio che non si può giocare col fuoco.
“No, Daniel, questo non è possibile, non sono la lampada del genio di cui parlate nelle vostre leggende. Avete scoperto una nuova guida che non può fare altro che osservarvi sbagliare e, qualche volta, consigliarvi.”
“Non siete pronti a sapere tutto” continuò la struttura “voi dovete percorrere un sentiero in cui, solo alla fine, scoprirete che quella che ritenevate una vostra opera era semplicemente riportare alla luce una strada che era stata già tracciata.”
“Quindi non siamo degni…”
“No Daniel, voi siete la quinta razza. La razza di cui io sono figlio ti direbbe che non commetteremo gli stessi errori, cancellando la vostra evoluzione aprendo quello che chiamate Vaso di Pandora.
Ora, mio nuovo amico, ti lascio tornare al tuo mondo, i tuoi simili ti stanno aspettando, dall’altra parte”.
Daniel assentì e compose la sequenza che lo avrebbe riportato a casa, sulla Terra, con questa nuova scoperta.
“Non vedo l’ora di vedere la faccia di O’Neill, ma prima…” pensò Jackson.
Si rivolse verso il portale e chiese, ancora una volta:
“Sentinella, quando finisce la notte? Dimmi, quanto manca all’alba?”
“Arriva l’alba, ma presto anche la notte. Se vuoi fare altre domande, torna di nuovo.”
Daniel Jackson assentì e si tuffo nel mare dello Stargate con la certezza che sarebbe tornato a porre altre domande ad un amico che il tempo aveva nascosto ma che il destino aveva fatto ritrovare.
(*) Chapa’ai shomer ma mi llailah ma mi-lell – Chapa’ai è il nome utilizzato per definire lo Stargate mentre il resto è ebraico traducibile in “Sentinella cosa resta della notte”
Pagine: 1 2



Commenti recenti