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Un nuovo impero

Un nuovo Impero

Questo racconto non è revisionismo storico, non è apologia del fascismo, non è uno scritto politico. È un tentativo di scrivere un racconto sulla storia alternativa, un binario che in qualche stazione del tempo ormai trascorso la storia avrebbe potuto prendere, ma non ha preso. Nelle varie letture di testi (che secondo i vari critici sono orientati a sinistra o a destra a seconda del titolo) ho sempre trovato che l’errore più grande di Mussolini fu quello di entrare in guerra. Ho immaginato una situazione per cui questo evento non si verifichi. Non sono in grado di fare considerazioni politiche né ho intenzione di farlo. Se vi disturba immaginate che un alieno abbia deciso di cambiare il corso della storia ed abbia operato in questo modo. Se volete approfondire il discorso “Ucronia” vi consiglio di leggerne un breve indirizzo su UcroniaW in wikipedia. 

“Dimmi, tu che avresti fatto al posto mio?” – Chiese l’uomo rivolto verso il busto di Giulio Cesare che troneggiava sulla sua scrivania.
Portò indietro la sedia, si alzò e guardò verso il piano della scrivania dove erano rimaste due lettere, chiuse con il suo sigillo, ed alcuni fogli che contenevano il discorso che lui avrebbe tenuto il giorno dopo alla Nazione.
Riportò la sua attenzione verso il busto marmoreo e scosse la testa: Cesare non gli avrebbe risposto, doveva compiere il suo destino da solo e prendere una decisione che sarebbe diventata irrevocabile.
Allontanò la sedia e prese a passeggiare nello studio, misurando con i suoi passi le dimensioni del tappeto che occupava quasi tutta la stanza. Il percorso lo portò davanti alla vetrata principale dove lo sguardo si soffermò sulla vista di Roma che si godeva dalla finestra della sua villa.
La capitale, la sua Roma Caput Mundi, gli dava l’impressione di una dea sonnacchiosa ma mai addormentata, vigile e pronta a stupirlo.
Roma, che lo aveva proclamato condottiero nei giorni passati e che, assieme al resto dell’Impero, attendeva la sua decisione.
I suoi passi lo portarono all’armadio bar. Si versò un bicchiere di vino, dono anch’esso di qualche suo collaboratore come il busto di Cesare e ritornò verso la scrivania.
Si era appena seduto, quando il suo fedele segretario, Giuseppe Farneti, entrò nello studio per annunciare una visita.
“Chi mi disturba a quest’ora?” chiese.
“Il ministro Galeazzo Ciano” rispose il segretario “appena sbarcato dal Rex, attraccato a Civitavecchia e giuntovi dalla lontana America.”
“Fallo accomodare” disse “e fai portare qualcosa da mangiare, va bene anche del formaggio e qualche salume.”
Mussolini fece per chiudere la porta dello studio ma gli venne in mente la recente visita di due colonnelli della Brigata Sassari che gli avevano portato una sporta di prodotti della Sardegna.
“Giuseppe!” chiamò “vai giù in dispensa e porta su un po’ di quei prodotti che i colonnelli Porcu e Ruiu ci hanno lasciato e metti i liquori nella ghiacciaia.”
“Duce e da bere?”
“Beh… mi sembra ovvio che stasera io ed il mio ospite pasteggeremo con i prodotti della Sardegna. Apri una bottiglia di Cannonau e porta tutto qui.”
Farneti fece un cenno con la testa e si recò nelle dispense, ubicate nella cantina della villa, ad eseguire le istruzioni che il Duce gli aveva impartito.
Mussolini non dovette attendere molto per accogliere nel suo studio Galeazzo Ciano.
Una volta superati i controlli di sicurezza – l’OVRA era molta attenta all’incolumità del Duce – il ministro degli esteri guadagnò rapidamente il lungo corridoio che portava allo studio dell’uomo più potente d’Italia.
 “Duce, il tuo ministro è qui a riferire del viaggio ed a porgerti i suoi saluti” disse Ciano entrando nello studio.
“Non è necessario che tu sia formale, Gale” disse Mussolini prendendo sottobraccio il suo amico,genero e ministro. “Che notizie mi porti dalla lontana America?”
“Ti porto i saluti dei camerati d’oltremare. I saluti e le loro preoccupazioni.”
“Accetto i saluti e avrò modo di ricambiarli ma di che si crucciano? Quale cosa può turbare i camerati americani se un oceano li divide dal pericolo?”
“Duce” rispose Ciano “i camerati hanno scelto di portare il fascismo nella terra scoperta da Colombo. Se li chiamerai verranno a proteggere l’Impero, ma corre voce che tu stia per entrare in guerra qui in Europa e loro temono che gli americani possano rivalersi su di loro.”
“Gli americani! Come contano di metter armi e bocca nel vecchio continente? Sono neutrali.”
“Neutrali sì, Duce, ma dopo l’incidente dell’Athenia ci sono 28 morti americani che pesano a favore dell’intervento contro il nostro alleato tedesco.”
 L’arrivo di Farneti, seguito da due camerieri, interruppe il discorso.
 “Sistemate tutto lì, io ed il mio amico Galeazzo faremo uno spuntino accanto al fuoco” disse Mussolini.
Velocemente, e silenziosamente, la servitù, sotto l’occhio vigile del segretario, dispose su un tavolino un campionario di formaggi e salumi. Accanto una bottiglia di vino rosso aperta e due bicchieri da vino.
 “Gale” disse Mussolini “accomodiamoci e consumiamo un pasto della granitica terra sarda. Oggi sono venuti a trovarmi i colonnelli Ruiu e Porcu della Brigata Sassari e mi hanno portato un discreto campionario alimentare della loro terra.”
“Grazie suocero ma ho già mangiato.”
“Caro mio genero, a meno che il Rex non abbia attraccato all’isola Tiberina non puoi aver percorso così velocemente la strada da Civitaveccha a casa tua. Penso che tu a mala pena abbia avuto il tempo di fermarti per avvisare la servitù e lasciare i tuoi bagagli. Siediti e interrompiamo la politica per placar lo stomaco. A pancia piena si ragiona meglio!”
I due sedettero e divisero della salsiccia nuorese, del formaggio e del pane caratteristico dell’isola, chiamato carta da musica.
Mussolini aveva sempre evitato di parlare di politica durante i pasti e si tenne fedele a questo suo modo di fare.
Tra un boccone e l’altro, il discorso si dipanò semplicemente tra ricordi di viaggio, su amicizie comuni e sulla salute di Edda, in vacanza in quel di Capri.
 Ciano elogiò quel pasto frugale mostrando di apprezzare il vino, rosso e forte.
“Buono questo cannonato” disse versandosene un altro bicchiere.
“Se ti piace questo vino dopo ti farò assaggiare il distillato, lo chiamano “filo di ferro” o forse preferisci l’essenza di mirto. Ti avrei voluto far assaggiare il loro formaggio fermentato ma non ho saputo resistere a quella  ghiottoneria.”
Alla fine del pasto Giuseppe Farneti fece portar via i pochi avanzi e diede ordine di servire il caffè ai due statisti e, in due contenitori colmi di ghiaccio, fece lasciare i liquori e, salutati Mussolini e Ciano con un educato cenno di capo, abbandonò lo studio.
Mussolini versò due generose porzioni del liquido trasparente simile a grappa e, dopo aver dato uno dei due bicchieri a Galeazzo, prese dalla scrivania una lettera.
“Questo è quello che si prepara, per i giorni a venire. Vorrei un tuo parere.”
Galeazzo lesse e sbiancò in volto. La lettera conteneva la dichiarazione di guerra che l’Italia muoveva a Francia ed Inghilterra.
“Ti consiglierei ma, come dicesti alla Decime Legio, in questo momento burrascoso per l’Europa e per il mondo intero, è bene che il pilota non sia disturbato, chiedendogli ogni momento notizie sulla rotta che sta seguendo…”
“Se e quando apparirò al balcone” proseguì Mussolini citando se stesso “e convocherò il popolo italiano ad ascoltarmi, non sarà per prospettargli esami della situazione, ma per annunciargli decisioni, dico decisioni, di portata storica. Amico mio. Quanto dici appartiene al passato mentre, adesso, questo pilota ha bisogno di un ufficiale che gli corregga la rotta, che gli sappia indicare un percorso sicuro tra secche e rocce.”
“Duce” rispose “potrei parlare ma le mie parole potrebbero essere guidate dal liquore che apre il cuore e offusca la testa.”
“E’ da lodare quell’uomo che, dopo aver bevuto, rivela cose belle, così come la memoria e l’aspirazione alla virtù glielo suggeriscono” rispose Mussolini citando Senofane di Colofonie “quello che tu dirai oggi sarà tra me e te e se cambierò la mia idea grazie alle tue parole sia la storia a ringraziarti o condannarti. Parla!”
 Galeazzo Ciano fece per versarsi un altro bicchiere, ma considerò che l’alcool che aveva assunto aveva già raggiunto quello strano compromesso che scioglie la paura ma non confonde le idee.
“Benito, permettimi di chiamarti per nome” iniziò “non voglio fare l’analisi del fascismo, non ne sono degno. Parlo solo di quelli che, a molti, sembrano dei gravi errori e, credo, la tua dichiarazione di guerra non deporrà a tuo favore. Non portare l’Italia in guerra, dietro quella che appare come una facile vittoria si potrebbe nascondere una fine ingloriosa. Non ascoltare solo Starace e quei gerarchi come lui che desiderano solo la guerra, presta l’orecchio anche ai moderati”.
“Abbiamo un patto con Hitler e, nonostante mi pesi, è un impegno d’onore rispettarlo, non possiamo sempre nasconderci come abbiamo fatto quando il Fuhrer ha invaso la Polonia. Dobbiamo agire!”
“Il patto d’Acciaio può essere rotto! Mettiamo l’Italia nel posto che merita nella Storia: non versiamo altro sangue dei nostri concittadini se non per difenderci. Dobbiamo rinverdire i fasti dell’antica Roma e non allearci i discendenti di coloro che ne hanno causato la caduta!”
“Amico mio, da Duce mi metti i brividi. A sentire le tue parole quelli che sono stati uccisi perché erano contro il fascismo avevano ragione. Ho forse le mani sporcate da morti inutili? Dimmi Galeazzo, è quello che pensi?”
“Duce. Non giudico la decisione di uccidere chi ti è stato contrario: la morte di un tuo avversario può essere una soluzione, esagerata ma necessaria. Sta a te, Benito, fare in modo che la Storia la giudichi una soluzione giusta o perlomeno giustificabile e non il capriccio di un tiranno!
La Storia la scrivono i vincitori e se sarai tu a scriverla allora potrai giustificare anche le morti inutili. Se dovessi uscire sconfitto, di te saranno ricordati solo gli errori.”
Mussolini sospirò, le parole del genero erano giuste, forse sentiva le campane sbagliate e si era lasciato trascinare da pareri di persone che si limitavano ad adularlo, magari lasciando pronta la valigia nella scialuppa per quando la nave si fosse trovata ad affondare.
“Amico mio, credo che le tue parole mi siano d’aiuto per evitare che la nave si infranga su scogli sommersi. Dimmi, allora, oltre a questo, cosa non trovi giusto nelle mie decisioni? Devo forse lasciare solo il Fuhrer di Germania? Lui e i suoi deliri sulla razza pura? Forse devo temere che assieme agli ebrei vengano deportati anche gli italiani?”
“Temere? Noi siamo un popolo fiero e vogliamo, come te, riportare l’Italia ai fasti dell’antico Impero di Roma. Ricorda che la Caput Mundi non aveva leggi che stabilivano quale razza fosse superiore e quale andasse cancellata. Benito! Le leggi razziali sono un’idiozia che ti sei fatto imporre dall’imbianchino austriaco! L’antica Roma accoglieva sotto le sue insegne i popoli che si univano a noi. Non c’era distinzione di razza e colore. Inventati qualcosa per dare agli ebrei la tessera onoraria del Partito Fascista. Cancella quella legge iniqua e fatteli amici! Anche se sono un popolo senza patria sanno come gestire l’economia. Non combatterli ma fai di loro degli alleati. Per il resto, amico, sei un valido condottiero e io ti seguirò comunque. Non ho altro da dire.”
Quando Ciano smise di parlare nello studio scese il silenzio. Non era imbarazzo quello che prese il posto delle parole ma una riflessione che il Duce fece silenziosamente su ciò che il genero gli aveva detto. Galeazzo non osò rompere quel silenzio che nascondeva un vorticoso pensare, la ricerca razionale della soluzione che avrebbe portato meno danno possibile e forse una nuova gloria al popolo italiano.
“Vai ora” la voce di Mussolini ruppe il silenzio “Certe decisioni le devo prendere da solo perché solo su di me deve cadere il merito o la colpa. Ascoltami domattina, quando pronuncerò il mio discorso a Piazza Venezia.”

Il ministro salutò il suo Duce e, accompagnato dal Farneti, lasciò la villa per fare rientro alla sua casa dove, una volta giunto, guadagnò la sua stanza da letto e sprofondò in un sonno ristoratore per liberarsi dal peso del lungo viaggio e di quella sensazione di angoscia che la discussione con Mussolini gli aveva lasciato nell’animo.
Al risveglio indossò una vestaglia e si versò un caffè bollente accomodandosi nella sua poltrona preferita, dopo aver acceso la radio. Non si curò di sintonizzarla, le dichiarazioni del Duce coprivano tutto l’etere e quel pezzo del trio Lescano sarebbe sicuramente stato sostituito dalla voce dell’EIAR che annunciava il discorso del Duce alla Nazione.
Il ministro degli esteri fascista riuscì a terminare una generosa porzione di marmellata spalmata su pane francese quando la voce del radio operatore annunciò il discorso del Duce alla Nazione.

A Piazza Venezia Benito Mussolini era pronto. Si affacciò al balcone ed assunse la sua posa caratteristica godendosi per qualche istante la folla osannante che gridava “Duce! Duce!”
Fece un cenno e la marea di persone ammutolì.
“Combattenti di terra, di mare e dell’aria! Camicie nere della rivoluzione e delle legioni! Uomini e donne d’Italia, dell’Impero e del regno d’Albania! Ascoltate!
Un’ora segnata dal destino batte nel cielo della nostra patria. L’ora delle decisioni irrevocabili. Gli ambasciatori sono stati avvisati! L’Italia non scenderà in campo in una guerra che non ha ragione di esistere! La nostra coscienza è assolutamente tranquilla. Con voi il mondo intero è testimone che l’Italia del Littorio continuerà a fare quanto umanamente possibile per porre fine alla tormenta che sconvolge l’Europa!
Mi batterò personalmente affinché siano riveduti i trattati per adeguarli alle mutevoli esigenze della vita delle nazioni e non considerarli intangibili per l’eternità.
Noi oggi siamo decisi ad affrontare i rischi ed i sacrifici che comportano il non entrare in una guerra che non appartiene al nostro Impero.
L’onore, gli interessi, l’avvenire ferramente lo impongono, poiché un grande popolo è veramente tale se considera sacri i suoi impegni e se non evade dalle prove supreme che determinano il corso della storia senza ricorrere ad una inutile violenza.
L’Italia, proletaria e fascista, è per la terza volta in piedi, forte, fiera e compatta come non mai. La parola d’ordine è una sola, categorica e impegnativa per tutti. Essa già trasvola ed accende i cuori dalle Alpi all’Oceano Indiano: Sia fine alla guerra!. Faremo di tutto per porre fine a questo insano spargimento di sangue, per dare finalmente un lungo periodo di pace con la giustizia all’Italia, all’Europa, al mondo.
Popolo italiano!
Dimostra la tua tenacia, il tuo coraggio, il tuo valore perché grande è colui che inizia una guerra, ma ancor più lo è chi si adopera per evitarla!
L’impero italiano resta a garanzia di un territorio neutrale per una nuova Pax Romana, al mio desco sono sempre pronti i posti per l’Ariano e il prode Sassone per parlar di pace e non per cercarci come alleati o nemici!
Se attaccati, scioglieremo le nostre forze, primi i Diavoli e poi la Folgore ad aprire la strada e quindi le potenti armate del nuovo impero d’Italia che come Roma antica vuole prima di tutto la pace ed è pronta a morire per difenderla! Sia sempre Pace!”
La folla applaudì e grido “Pace!” e “Viva il Duce”. Mussolini indietreggio lasciando lo spazio necessario per far chiudere la finestra. Lasciò il palazzo a bordo di una Balilla e, grazie ad uno stratagemma dell’Ovra che mandò avanti una macchina uguale con i vetri oscurati, il tragitto tra piazza Venezia e la sua villa fuori Roma fu abbastanza veloce ed evitò la folla che seguiva ed acclamava l’altro automezzo pensando che dietro i vetri oscurati vi fosse il loro Duce che li aveva portati sul sentiero della pace.

Una volta raggiunta la destinazione, Mussolini si rinchiuse nel suo studio, non prima di aver dato precise indicazioni.
“Non disturbatemi per nessun motivo.”
Il Duce si mosse verso la sua poltrona preferita.
Il suo sguardo corse al busto di Cesare e per un attimo parve sorridergli.
“Il dado è tratto!” esclamò, e si lasciò sprofondare in un sonno ristoratore.

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  1. 18 agosto 2009 a 12:58 | #1

    Fico!

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