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Il silenzio del sehlat

Ritrovarsi nuovamente seduta davanti alla gabbia del dottor Tarlek, a cercare di imbrogliarlo, le fece una strana impressione. Neppure aver strapazzato nuovamente Kilton l’aveva liberata dallo stress.
“Allora, amica Uilah, abbiamo capito l’indizio?”
“Sì, ma non è che sia stato molto utile. Ha ristretto il campo ad un segmento, ma le prigioni non sono sufficienti a contenerlo tutto, ed è assai controproducente raderlo al suolo” rispose Uilah alla domanda retorica del dottore, aggiungendo “Devo apparecchiarle il desco, dottore?”
“Bene, mia giovane amica romulana, vedo che si ricorda, Quid pro quo. Cosa la rende così rabbiosa? Mi faccia gustare la sua pietanza, mi mostri il motivo della sua rabbia!”.
Uilah ritornò a quel giorno lontano, nella fattoria del distretto di Thatar.
“Ero la giovane figlia di un grande proprietario terriero, magari un po’ viziata. Mi era stato regalato un sehlat affinché lo accudissi, e devo ricordare che mi ci affezionai.”
“Uhm… erein, ma un sehlat su Romulus non è certo diffuso e non mi pare una bestiolina originaria del luogo. Se consideriamo che anch’io, per sbarcare qui, mi sono dovuto imbarcare su diversi trasporti, mi sembra logico asserire che un sehlat non abbia sufficienti crediti da pagarsi un viaggio clandestino da Vulcano a Romulus. Non conosco un solo capitano che sarebbe contento di avere a bordo una belva di quel genere.”
“Non so, dottore. Mio padre lo riportò da una missione segreta su Sigma Draconis. Me lo affidò per responsabilizzarmi, anche se non era certo un animale da tenere in braccio! Lo curavo personalmente, lo lavavo e lo portavo a correre nelle praterie. L’avevo addestrato e non era certo un animaletto domestico, non era come il fvai che avevano i miei amici. Il sehlat avrebbe fatto scappare anche un veterano e, difatti, un mercenario ebbe la peggio, durante una divergenza d’opinioni con il mio sehlat. La storia fece il giro del segmento di Thatar. Qualche vicino cominciò ad insinuare che il sehlat aveva fatto razzia di hlaiin e di conseguenza fui costretta a tenerlo in un recinto. Sapevo con certezza che il vicino aveva fatto mettere in giro quella voce perché voleva comperarlo, non sopportava che la mia famiglia fosse più importante di lui. La notte di Eitreih’hveinn avvenne quello che mi indirizzò verso la Tal Shiar: tornavo dai festeggiamenti, quando udii l’ululato del mio sehlat. Corsi disperatamente verso il recinto e vidi che qualcuno gli aveva sparato con un disgregatore a bassa intensità, il modo che abbiamo qui su Romulus di giustiziare i peggiori traditori. Come ben saprà, dottor Tarlek, la scarica ti consuma gradualmente e, spesso, ci vogliono anche venti giorni prima di raggiungere un organo vitale, se chi lo usa ha la fortuna o la perizia di usare la regolazione giusta. Nel mio caso, il vicino ebbe fortuna. Si chiederà come mai avesse un disgregatore, ma deve sapere che la zona era infestata da animali feroci e il Senato ci aveva concesso la deroga: un disgregatore per capo famiglia.”
“Uilah, deve essere stata un’esperienza devastante!” disse Tarlek, per spezzare il ritmo a cascata del racconto di Uilah “devo immaginare che non volle accettare la fatalità e restò a guardare, sperando che il fuoco acceso dal disgregatore si spegnesse…”
“Sì, dottore. Mio padre aveva lavorato un paio di volte per la Milizia ed avevo assistito all’esecuzione di un traditore che voleva farci invadere dai Terrestri. Sapevo che non era razionale sperare, ma volli imprimermi la sofferenza del sehlat nella memoria. Lo accudii per cinque giorni, vedevo il fuoco acceso divorarlo lentamente e sentivo le sue urla strazianti. La notte del quinto giorno andai nello studio di mio padre, presi il disgregatore e posi fine alle sofferenze del sehlat. Avrei raso al suolo la fattoria del vicino. Avevo la certezza che fosse lui il colpevole, dato che aveva lasciato un lembo del suo vestito e il sehlat lo aveva morso, ed un morso di 15 centimetri di zanne non si nasconde facilmente. Volevo distruggere la sua fattoria, ma mio padre, richiamato dal silenzio successivo alla morte del sehlat, mi fermò in tempo. Non piansi, e fu quello il giorno in cui ci andai veramente vicina, ma da allora ogni morte o ingiustizia mi fa risuonare nelle orecchie il grido di agonia del sehlat … Ecco la mia rabbia. Lei cosa mi propone in cambio?”
Il dottor Tarlek stette un po’ in silenzio, quasi assaporasse i sentimenti, le sensazioni e la rabbia di Uilah.
“Le faccio credito, mia cara, della sua rabbia. Immagino il suo dolore nel sentire le grida del sehlat nella sua mente e credo che la sua somma aspirazione sia farlo tacere. Si è immedesimata nelle vittime del nostro “amico” e pensa che distruggendolo riuscirà a far tacere per sempre l’eco che le rimbomba in testa? Si ricordi che deve immedesimarsi nella parte dell’assassino e non in quella della vittima. Deve imparare ad essere l’assassino, a comportarsi e pensare come lui. Sappia che “lo squartatore” deve pur usare quello che manca ed i pezzi del puzzle mancanti sono diversi, ognuno di quelli che prende ha qualcosa di anormale, di diverso e nello stesso tempo simile. Lui vuole presentarsi alla somma signora vestito a festa! Quid pro quo, la risposta alla prossima domanda sarà descrivermi la sua delusione maggiore e la sua massima aspirazione… ma credo che Charfor voglia farmi una proposta in merito alla scomparsa di Eri’hfirh Eragian…”
“Mi è stato detto, e metta a verbale che lo ritengo scorretto ed irrealizzabile, di prometterle la libertà se lei dovesse collaborare e farci trovare Eri’hfirh Eragian. Io le rimetto la proposta e sta a lei mettersi in contatto con il direttore, ma per quanto ci riguarda, intendo proseguire per la strada che lei sta tracciando. Quid pro quo …”
“Eri’hfirh Eragian” disse con un ombra di sorriso il dottor Tarlek “Potrei pensare di conoscerne il rapitore. Anche se vi stanno indirizzando verso un complotto politico, mia cara Uilah, sappia che lo ha rapito il nostro “amico.” Vada e riferisca… potrei essere interessato a rivedere un cielo, e non necessariamente quello di Romulus…”
“D’accordo, dottore. Jolan Tru… alla prossima”
“Bene, amica mia. Pace e lunga vita” rispose educato il dottor Tarlek, osservando l’erein incamminarsi verso la porta.

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