Il silenzio del sehlat
Il dottor Kilton era il direttore del “Centro Studi Aberrazioni.” Il suo incarico ed il sito in cui lavorava, identificabile secondo la cultura terrestre con un ospedale psichiatrico, erano una diretta conseguenza del suo attivismo interventista.
La sua ideologia auspicava che Romulus dovesse passare come un rullo compressore attorno ai confini dell’Impero, e conquistare militarmente l’abietta Federazione e quei vili vermi dei Klingon. La sua teoria era purtroppo carente di diversi pilastri, primo fra tutti il fatto che Romulus non aveva una forza militare sufficiente neppure per compiere un’escursione, figuriamoci per un piano così grandioso. Altro fatto che aveva contribuito al suo declino era che “attaccare per primi” non era in linea con la filosofia della casta dominante.
La sua famiglia d’origine era una delle più antiche e sedeva nel Senato da tempi immemorabili.
La conseguenza del potere natale, unita ad un sostegno discreto in Senato, aveva reso impossibile l’esprimere il pubblico dissenso della sua filosofia, con il conseguente suicidio pubblico.
La crisi scatenata dal dottor Tarlek fu la scusa per una soluzione elegante: era stato creato un centro di studi per l’Aberrazione, in modo da poterla utilizzare come arma a gloria di Romulus, e la direzione ne fu affidata al dottor Kilton.
Kilton aveva capito di essere stato incastrato, sviluppando un astio verso tutto ciò che il dottor Tarlek rappresentava ed estendendo il suo rancore anche nei confronti di Charfor e, seppur sottovoce, verso la Tal Shiar. Egli riteneva che Charfor, per mezzo della più potente organizzazione del quadrante, avesse tramato per escluderlo dalla vita politica attiva, rinchiudendolo in un casermone con un solo “prigioniero”, della cui vita era diventato responsabile; allo stesso tempo custode e vittima.
Quando si trovò davanti colei che incarnava sia il direttore Charfor, sia la Tal Shiar, ciò non contribuì certo a migliorare il suo umore.
“Lei è l’erein Wilah? Si trova bene al campo della Tal Shiar?” domandò alla giovane, per innervosirla.
“Dottor Kilton, il mio nome esatto è UILAH, con la U, e non sono venuta qui per fare amabile conversazione. Devo interrogare il dottor Tarlek in merito a questioni relative alla sicurezza dell’Impero, quindi alzi i suoi muscoli da quella sedia e mi metta in condizione di fare il mio lavoro, prima che decida di dare una pulita al mio disgregatore in questa stanza “dimenticandomi” la sicura…”
“Erein!” ribatté Kilton “Lei non sa chi sono io!”
Uilah considerò la giornata: era la seconda persona che aveva manifestato dubbi, lei era stanca e riteneva il lavoro che le era stato assegnato indegno di un erein. Lo sguardo che rivolse verso Kilton, causato da questo stato d’animo, avrebbe costretto anche il più incallito Nausicano ad invocare la mamma. La voce avrebbe fatto congelare un bicchiere colmo di liquido:
“Lei è il dottor Kilton, capo del “partito interventista” o “della guerra totale” e per sfortuna discende da una delle famiglie più antiche. Di conseguenza, le è stata assegnata questa direzione per “toglierla di mezzo”, e potrei renderle questa condizione definitiva, rinchiudendola con il dottor Tarlek per “osservare” il modo dell’Aberrazione di nutrirsi dei suoi sentimenti, ammesso che riesca a trovare un barlume di intelligenza nella sua scatola cranica. Io appartengo alla Tal Shiar e potrei sempre sostenere di averla sentita esprimere pareri poco lusinghieri sulla classe politica e di aver trovato un modo consono per farle capire il suo sbaglio. Devo continuare, o mi accompagna dal dottor Tarlek?”
Effettivamente Kilton sperimentò la sensazione che il suo sangue si fosse congelato, ma tale sensazione non gli impedì di ribattere: “D’accordo, ma deve lasciarmi in consegna il suo disgregatore”.
Uilah si alzò ed estrasse il disgregatore ma, anziché consegnarlo al dottore, glielo puntò contro!
“Direttore! Se lei se lo fosse scordato, non esiste modo di prendere ad un membro della Tal Shiar il disgregatore, se non uccidendolo. Dato che lei è fisicamente “gelatinoso”, mi riesce difficile ipotizzarla capace di tale gesto”.
“Si calmi erein! Mi è sufficiente che lasci in questo ufficio la cellula d’alimentazione! Sa, il “dottor” Tarlek potrebbe sfilarglielo a sua insaputa….”
Due sonori manrovesci incontrarono il viso di Kilton a velocità curvatura.
“Ma lei è PAZZA!” strillò il direttore, indietreggiando allibito.
“Questo è per non usare il disgregatore e per insegnarle a formulare le richieste con più dettagli!”
Soddisfatta della reazione, che aveva agito da valvola di sfogo dei suoi sentimenti negativi, Uilah tolse la cellula d’alimentazione del disgregatore e la appoggiò sulla scrivania. Poi volse le spalle al direttore, dirigendosi risoluta verso la porta, seguita da Kilton.
Contrariamente alle prigioni romulane, costruite utilizzando corridoi stretti con angoli vivi, per impedire assalti in massa, il Centro era costituito da un lungo corridoio illuminato a giorno, che conduceva ad una grande stanza, al centro della quale si trovava una gabbia, composta da un quadrilatero di sbarre in lega di duranio.
L’accesso alla stanza era bloccato da un portello, che non avrebbe avuto nulla da invidiare a quello di un’astronave d’assalto. Al soffitto erano attaccate una lunga serie di lampade keikogene che riproducevano lo spettro del sole di Romulus.
Al centro della gabbia stava ritto un Vulcaniano, avvolto in una camicia di forza di fattura terrestre.
“Ma non spegnete mai le luci, qui?” chiese Uilah al direttore.
“No, il “dottore” non si è comportato in maniera consona di recente, e per evitare il suo contatto ho, inavvertitamente, guastato l’interruttore delle luci…
Le ricordo che, secondo le norme di questo Centro, deve stare a tre passi dalla gabbia, non deve voltare le spalle al “dottore” e non deve lasciare alcun oggetto a portata delle sue braccia.
Mi dispiace non poterle far compagnia, ma la sua presenza mi ha già considerevolmente rovinato la giornata.”
Kilton aprì il pesante portellone: “Vada sempre dritta e buon divertimento!.”
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