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Il silenzio del sehlat

Mentre il dottor Kilton diceva addio alla sua sanità mentale, nella sede della Tal Shiar l’erein Uilah pensava al modo di abbattere le barriere fisiche per prendersi a calci. Quasi a giustificare l’ascendenza vulcaniana, applicò la logica, prendendo a calci un compagno d’accademia, reo solo di averle intralciato la strada.
La giovane si fiondò come una meteora nell’ufficio del suo superiore, sbattendogli sulla scrivania una risma di carta.
“Non ci posso credere! Ho dovuto utilizzare un reperto archeologico per convertire in forma leggibile i vaneggiamenti tecnicistici della razza terrestre! Mi sono dovuta sorbire un corso ipnotico per capire come funzionano quei rottami, e alla fine bastava che lei mi avesse dato l’accesso ad una semplice banca dati della Federazione dei Pianeti!”
“Vedo che ha frequentato con profitto il corso di archeotecnica. Se lei non fosse così impulsiva, sarebbe già al comando di una legione d’assalto, oppure di un falco da guerra. Lei sarebbe capace di demolire un palazzo solo per cercare dove ha lasciato un temperino! Bastava che leggesse gli appunti, anziché fare la saccente. Stia calma e mi dica cosa ha scoperto!”
La sfuriata del suo superiore la calmò per un secondo.
“Se lei non avesse la mente annebbiata, MI AVREBBE DETTO DI GUARDARE. Per la sua mania di tentennare ed aspettare, potrebbe essere ormai troppo tardi. Ho scoperto che Cuprox è un antico modo terrestre di chiamare l’ossido di rame, che è di un colore simile a quello della pelle del dottor Kilton. Non mi dispiace – se devo essere sincera – ma credo che abbiamo poche speranze di poter nuovamente rivedere sano il caro dottore. Il dottor Tarlek ci ha bellamente preso per il naso tutti. Gli indizi che mi ha fornito sembrano corrispondere alla realtà. Sono stata corretta nei suoi confronti, anche se avermi tirato fuori certi lati oscuri della mia vita mi ha fatto un po’ male, e la prego di seppellire quest’informazione nel limbo delle cose dimenticate… se non vuole essere lei quello dimenticato.”
Il capo della Tal Shiar avrebbe preferito affrontare un targh klingon piuttosto che una furia romulana come la sua prediletta. S’immaginò l’attuale erein al comando di una gloriosa missione ai confini dell’Impero, magari opposta ai servizi segreti della Federazione, e le rispose:
Erein, secondo me ha deciso di recidere un filare di canapa, farlo seccare, intrecciarlo, farci un cappio ed infilarci la testa. Alla luce delle sue intuizioni, la parola di Tarlek vale meno dell’idrogeno.”
“Mi permetta… Non abbiamo nulla da perdere: se la traccia porta ad un tesoro avremo successo, se invece conduce allo scarico di una cloaca sarà uno scherzo tra erein, ci faremo due risate e ritorneremo a marciare la mattina e a fare le esercitazioni.”
Charfor si grattò la testa con fare dubbioso e considerò un sorso di quel brandy sauriano che una straniera dalla pelle scura gli aveva regalato.
Mancava oramai un solo ciclo alla morte del figlio del secondo dell’Impero. Immaginava la terribile ira da parte del pretore capo, appena le indicazioni di Kilton avrebbero portato… alla scoperta del cadavere orrendamente mutilato del figlio.
“Attenzione! Qui Taj Mal, chiediamo urgentemente assistenza. Qui è successo l’irreparabile!”
La voce del comunicatore d’emergenza trasformò i due agenti della Tal Shiar in macchine investigative della massima efficienza.
“Qui direttore Charfor! Teletrasporto d’emergenza per due. Destinazione Taj Mal.”
Mentre il teletrasporto operava, Uilah ripensò a quello che sarebbe diventato l’ultimo indizio del dottor Tarlek: “Il nostro amico ha deciso seguendo un impulso, ha visto dalla finestra il primo principio ed il cerchio si chiude dove ha un principio… La fine è scritta nell’inizio.
Non ebbe neppure il tempo di terminare il pensiero, che si trovò nel Taj Mal. La squadra di sorveglianza veniva portata via verso un’ignobile fine: il prezzo del fallimento, per la fuga dell’essere più pericoloso del quadrante alfa, era la morte.
L’unico vero colpevole stava in un angolo, ciondolando il suo corpo avanti e indietro, mormorando: “No, dottore, mi risparmi… no, dottore, mi risparmi…”
I medici più famosi dell’Impero, con l’ausilio di tecniche sperimentali, avrebbero trasformato Kilton in un oggetto di studio. Avrebbero appurato che la sua mente non era stata cancellata come quella delle vittime tradizionali, bensì rinchiusa in una camera di contenimento, in una sorta di deprivazione sensoriale. Avrebbero tentato di ricostruire le sinapsi, ma avrebbero solo ottenuto, senza mai capirlo, di aumentare le sofferenze dello sfortunato dottore, aprendogli spiragli di percezione, finestre di realtà, in un interminabile supplizio di Tantalo.
La figura austera del pretore capo poteva essere scambiata per una statua. Avrebbe pianto la sera pensando alla tragica fine di suo figlio, ma adesso, davanti a colui che aveva distrutto la sua famiglia, e che era stato prematuramente punito, disse:
“Maledetto dottor Tarlek, mi ha privato della mia vendetta. Potrei uccidere questo involucro, ma non ne ricaverei soddisfazione. Adesso so cosa prova il direttore Charfor. E lei, erein Uilah, mi umili pure.”
La tentazione di soddisfare il pretore era forte, ma la giovane sapeva che sarebbe anche stata la sua ultima soddisfazione.
“Pretore, l’unico colpevole è stato punito. Che notizie avete di Tarlek?”
Il pretore sorrise:
“Classico comportamento da Tal Shiar. Come è facile notare, Tarlek ha visto che quest’obbrobrio, che avrò cura di far radere al suolo, ha una finestra che si affaccia sull’astroporto, e da lì ha capito che avrebbe potuto evadere. Alla fine, siamo di nuovo al principio, se non peggio. Abbiamo due criminali a piede libero e io dovrò aspettare che lei o uno dei suoi colleghi bussiate alla mia porta e mi conduciate a rendere l’ultimo servizio a colui che avrebbe dovuto sostituirmi. Jolan tru, erein.”
Il pretore si voltò e si incamminò verso il portone principale. Giunto ad un passo da ciò che aveva le sembianze di Kilton, si fermò e fissò a lungo i suoi occhi vuoti.
“MALEDIZIONE! Come ho fatto a non capirlo! Sono una stupida!”
Il pretore ebbe un involontario sobbalzo. Si voltò in direzione del gruppo della Tal Shiar e fissò a bocca aperta l’erein Uilah.
Erein, forse il male che si annida in Kilton è contagioso? Perché urla come un’ossessa?”
Il direttore Charfor fece un mezzo sorriso:
“Non ci faccia caso! Per fortuna non è su una nave in occultamento, o ci avrebbero scoperti sin dal cuore della Federazione. Deve aver connesso diversi indizi, e penso che strada facendo si limiterà ad un’esclamazione o a qualche tono pacato. Erein, vuole portare una luce nel buio dei nostri occhi, possibilmente senza emulare i Krazy Katra?”
Uilah fece alcuni esercizi di respirazione e disse:
Il nostro amico ha deciso seguendo un impulso, ha visto dalla finestra il primo principio ed il cerchio si chiude dove ha un principio … la fine è scritta nell’inizio. Questo è l’indizio e la soluzione. Tramite questo, abbiamo la possibilità di trovare l’assassino! Seguite la linea di ragionamento: questo “squartatore” deve aver pure iniziato. Ha intenzione di farsi passare per un Vulcaniano e per questo affronta quel rituale che si chiama Collinar o qualcosa di simile. Anche una larva federale ha più sentimenti di un Vulcaniano. I nostri changeling sono dei dormienti, allevati in famiglie di dissidenti vulcaniani come quelle dei simmetristi. Se cominciano a cinque anni, è già troppo tardi, e nessuno su Vulcano li scambierebbe mai per Vulcaniani, neppure se affetto da sindrome di Bendii . Come diceva un grande criminologo romulano: “Ciò che per noi può essere assurdo, per il criminale rappresenta l’universo.” Ma deve avere un movente, un opportunità ed i mezzi.”
Per l’ennesima volta nell’arco della giornata, la sala interna del Taj Mal divenne silenziosa. Uilah scoprì che le sarebbe piaciuto fare l’insegnante. Di certo sapeva come catturare l’attenzione del pubblico.
“Il movente è il voler diventare un Vulcaniano. I mezzi sono gli stessi che abbiamo sotto gli occhi ogni giorno: siamo una società passionale, e le armi non ci mancano, nonostante la proibizione di portare quelle standard… basta una pietra o una scodella. La cosa che scatena è l’opportunità, la combinazione di eventi che fa scattare l’impulso. Il primo principio è la prima vittima. La chiave per la soluzione dell’arcano è davanti ai nostri occhi, ed ora Tarlek ci ha acceso un faro. Il primo passo va progettato, studiato, analizzando la possibilità che questo immondo piano possa continuare nel tempo. Lo “squartatore” ha avuto davanti a sé giorno e notte il fattore scatenante, la prima vittima appunto. In pratica, lui lo vedeva dalla sua finestra o dalla sua casa. Lo conosceva! Ora so dove trovarlo!”.
La serie di ragionamenti logici, che avrebbero incontrato anche l’approvazione di Surak, scatenò un trambusto equivalente a quello causato dal trasporto di una colonia di triboli su una nave klingon.
“Qui erein Uilah! Agganci e teletrasporti me, il pretore ed il direttore Charfor. Destinazione: uffici della Tal Shiar.”
“Maledizione, Uilah, sta cominciando ad innervosirmi! Si ricordi che gli ord…”
Il teletrasporto interruppe lo sfogo del direttore. L’effetto della dislocazione quantica rallentò i tempi di reazione unitamente alla leggera nausea e così Charfor non ebbe occasione di terminare la frase; anche il teletrasporto complottava contro di lui.
“Computer, analizzare posizione domicilio della prima vittima!”
La domanda di Uilah attivò un protocollo di elaborazione olografica che riprodusse un modello in scala del distretto di Havran.
“Indicare le finestre che affacciano alla casa e selezionare gli alloggi a vista.”
Dalla riproduzione olografica iniziarono ad oscurarsi le case che non soddisfacevano i requisiti. Al termine del controllo rimasero solo cinque case.
“Computer, analizzare la lista dei sospettati ed indicare quali sono presenti nella pianta.”
“Soltanto uno”, rispose la voce priva di inflessioni del computer, mentre l’ologramma lasciò evidenziate soltanto due case. La prima era quella della vittima e la seconda risultava intestata ad un certo J’amgumb.

La scheda personale del presunto “squartatore” lo indicava come ex macellaio ed ex conciatore. L’insieme delle chiavi di ricerca, alla luce dei fatti, trasformarono il sospetto in assoluta certezza.
“Andiamo! E’ tempo di agire! Uilah a squadre d’assalto e gruppi speciali della Tal Shiar!… Ha deciso di morire, Direttore?”.
“Si ricordi, erein Uilah, che IO SONO IL SUO CAPO!”
Charfor aveva spento il collegamento con le squadre di pronto intervento. L’allarme attivato da Uilah poteva essere gestito solo da un capo della Tal Shiar, e l’erein Uilah non lo era… ancora.
Uilah reagì al blocco della comunicazione rapida come un serpente, bloccando il braccio del suo capo, che tentava di impedirle di svolgere il suo compito.
“Mi scusi, direttore” rispose rabbiosa “Il fatto è che secondo la mia simulazione abbiamo meno di un’ora di tempo, non mi sento in vena di fare conti alla rovescia. Se vuole fare il protagonista, impartisca lei l’ordine, se no mi lasci lavorare e si levi dai…”
“EREIN! Moderi i termini!” Il pretore non ne poteva più. In condizioni di normalità si sarebbe seduto davanti ad una bottiglia di riserva speciale di birra romulana e si sarebbe goduto il battibecco con cinico compiacimento. Ma non c’era tempo da perdere.
“Direttore! Anziché fare il bambino offeso, dia quest’ordine o si troverà a dirigere il traffico all’istante.”
Disubbidire al secondo dell’Impero non aveva certo accelerato la carriera di qualcuno su Romulus ed era sicuramente il metodo peggiore per suicidarsi.
La diretta conseguenza dell’ordine fu l’attivazione di una procedura d’emergenza ad alta priorità.
Erein, proceda. Le affido il comando delle operazioni. Io cercherò di evitare che il dottor Tarlek si smaterializzi. Per cui le ho dato lo status temporaneo, badi bene temporaneo, di direttore in seconda. Non mi deluda!”

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