Il silenzio del sehlat
L’addetto alla sorveglianza avrebbe tremato o si sarebbe messo a piangere, se non tutte le cose insieme. Trovarsi un membro della Tal Shiar davanti, anche un semplice erein, era già poco piacevole quando l’adepto della polizia segreta dell’Impero era tranquillo, mentre Uilah era a dir poco infuriata.
“Allora… io sono qui in rappresentanza dell’Impero, devo svolgere un semplice incarico anche se poco piacevole. Se voi foste degni di essere chiamati sorveglianti, IO non avrei dovuto svolgere questo lavoro.”
“Erein, deve capire. Io ho l’ordine del dottor Kilton in persona di non far avvicinare nessuno, Ecco, legga…” disse l’addetto alla sorveglianza, porgendo il dipad.
“Quello che dice il tuo dottore non ha corso legale dalle mie parti, e se non smetti di agitarmi davanti quell’affare potrei infilartelo su per il…”
“Si calmi, erein“. Il povero sorvegliante aveva passato in rassegna quale situazione fosse peggiore di quella in cui si trovava adesso. Il risultato, purtroppo, era stato una lista vuota.
Desiderò essersi rotto una gamba, essere accusato di tradimento, qualsiasi cosa pur di trovarsi ad anni luce da quella stanza, al riparo dalla furia di un erein della Tal Shiar.
“Facciamo una cosa per il bene di entrambi” propose il giovane “Chiamiamo il suo superiore e il mio, dato che sono assieme a colloquio.”
Uilah sorrise e fissò con sguardo penetrante la persona che le impediva di compiere il suo dovere.
“D’accordo, lo chiamo io. Attivami una linea… Qui l’erein Uilah. Vorrei parlare col direttore Charfor… Salve, direttore, vedo che è in compagnia di un nostro amico.”
“SI SIEDA, DOTTOR KILTON!”
Dall’altra parte dello schermo, il dottor Kilton aveva realizzato di essere stato preso per le orecchie, riconoscendo l’erein e vedendo il suo sorvegliante più morto che vivo.
“Sorvegliante! L’erein le consegnerà l’intero disgregatore e lei la farà entrare. Dottore, può andare. Vedo che non si sente bene: il mio ufficio non ha certo le comodità del suo. L’accompagnerà una squadra di sicurezza, non vorrei che le succedesse qualcosa…”
Uilah aveva capito che il suo capo aveva raggiunto e forse superato il limite. Non poteva trattenere oltre colui che era pur sempre il capo dell’opposizione.
Aveva poco tempo, perciò fece, per una volta, esattamente ciò che gli aveva ordinato un suo superiore: consegnò il disgregatore e si avviò verso il suo amico vulcaniano.
La porta che attraversò la introdusse in una riproduzione attenta del cortile del Taj Mal. Vide il dottor Tarlek osservare assorto delle strane piante che galleggiavano in una piscina o cisterna
“Dottore, vedo che la hanno messa in una tomba prima della sua morte!”
“Oh… L’amica erein Uilah è venuta a cercare di imbrogliarmi ancora. Vedo comunque che lei è ferrata in storia della Terra”.
“Dottore” disse Uilah “Se si ricorda bene, l’ultima volta le parlai di una proposta a cui ero contraria. Immaginavo che fosse una promessa a cui non potevamo tener fede. Se la sua massima aspirazione è quella di una sepoltura da vivo, possiamo mandarla sulla Terra in una piramide.”
Il dottor Tarlek fissò l’erein e si estraniò come se stesse riconsiderando il discorso.
“Effettivamente ha ragione lei, erein. Mi sono stupito, e la presenza di Kilton agisce come un narcotico sulle mie cellule cerebrali. Per farmi perdonare, le aggiungo un tassello al suo problema. Il nostro amico ha deciso seguendo un impulso: ha visto dalla finestra il primo principio ed il cerchio si chiude dove ha un principio. La fine è scritta nell’inizio… Vero, dottor Kilton e Vostra Eccellenza capo pretore?”
Uilah si girò di scatto, annaspando nella vana ricerca del suo disgregatore, fortunatamente ancora nelle mani del sorvegliante. Come aveva potuto non accorgersi della presenza dei due personaggi, comparsi all’improvviso alle sue spalle?
Tarlek le sussurrò, in tono beffardo, dal bordo della gabbia: “Si ricordi, Uilah, che il “dottor” Kilton non conosce la chimica terrestre…”
“Bene, erein Uilah” disse il dottor Kilton “così ha cercato di estorcermi le informazioni con un banale trucco.”.
“Dottor Kilton, ringrazi il cielo che il capo pretore è qui presente. Avrei potuto “ricordarle” come ci si comporta dinanzi ad un rappresentante della Tal Shiar. In ogni modo, se lei controllasse la sua sorveglianza, non sarei dovuta venire qui a restituire un libro alla sua “cavia”. Si ricordi che il Vulcaniano è ospite dell’Impero, e che le conseguenze di eventuali incidenti si rivelerebbero molto educative per le lezioni di anatomia… con lei come oggetto di studio.”
“Dimenticavo, pretore capo” aggiunse Uilah, rivolgendosi all’alto dignitario “Il qui presente Kilton sa quello che il dottor Tarlek ha già interamente rivelato e che lui cerca di far passare per proprie intuizioni. Jolan Tru… Non disturbatevi, conosco la strada.”
L’erein Uilah raggiunse l’uscita con passo deciso, lasciando nell’ambiente un’atmosfera simile a quella lasciata dal passaggio di un uragano.
Il capo pretore di Romulus afferrò come un sacco il dottor Kilton: “Anche se sei il capo dell’opposizione, e ritengo qualche tua idea interessante, ti ricordo che la persona in mano allo squartatore è il mio primogenito. Se non vuoi che adotti i tuoi orfani, parla e smettila di morderti la coda.”
“Pretore” disse con voce strozzata il dottor Kilton “Non vorrà credere ad un semplice soldato?”
“Senti, pezzente” la rabbia nella voce del capo pretore aveva raggiunto il livello di guardia “Anche se riuscissimo a liberare mio figlio, l’erein Uilah sarà sempre una della Tal Shiar. Potrei solo renderle la vita difficile, ma non ho potere di vita o di morte su di lei… TU invece potresti essere vittima di uno spiacevole incidente… quindi PARLA!”
Nonostante la sua non elevata intelligenza, Kilton era in grado di capire quando doveva attuare una ritirata strategica.
“La persona che ha in mano suo figlio si chiama Cuprox e vive nel segmento Ael” pronunciò tutto d’un fiato.
Il capo pretore lasciò cadere il dottor Kilton e, senza degnarlo di uno sguardo, si avvicinò alla gabbia del dottor Tarlek, che aveva assistito alla scena senza batter ciglio. Lo sguardo che i due esseri si scambiarono rese superflua ogni parola. Un secondo dopo il dignitario imperiale lasciò il locale, cupo.
“Uhm” commentò ad alta voce il dottor Tarlek “troppo silenzio in questo posto.”
Il vulcaniano digitò una serie di numeri sul suo terminale ed istantaneamente una cacofonia di rumori ed urla invase l’ambiente.
“Cosa diavolo succede?!” urlarono allarmati i componenti della squadra di sicurezza, si erano precipitati nel cortile interno, armi alla mano, convinti di dover fronteggiare l’assalto di un’intera divisione Klingon.
“Niente!” disse Kilton che nel frattempo si era faticosamente rialzato dalla scomoda posizione “Semplicemente il “dottore” trova affascinante la musica dei Krazy Katra. Potete andare, ed aumentate lo scudo fonoassorbente.”
Gli uomini della sorveglianza, dopo essersi guardati con espressione perplessa, uscirono dalla sala, chiudendo le pesanti porte di duranio.
“Cosa diavolo stanno cantando quei…” domando infastidito Kilton.
“Credo si tratti di “Finché la navetta va” nella versione con strumenti Klingon.”
“Esimio dottor Tarlek” disse Kilton, scandendo le parole “adesso noi due avremo una piacevole discussione.”
La voce del custode di Tarlek era nervosa, stridula, era facile intuire che tutto l’insieme di situazioni spiacevoli l’avevano spinto nel baratro della pazzia, seppur momentanea. Il faser federale, stavolta impugnato correttamente e regolato per singole scariche chirurgiche, apparve come d’incanto nelle mani di Kilton.
“Vediamo se adesso trovi divertente essere mutilato di quelle tue dannate orecchie vulcaniane.”
Il viso di Tarlek passò dall’espressione di derisione a quella di puro panico. Indietreggiò, guardando l’emettitore puntato sul suo volto. Non si accorse di trovarsi sull’orlo della piscina e vi cadde come corpo morto.”
“Aiuto dottor Kilton! Sto affogando! Mi aiuti, ed aiuti anche se stesso, dato che la mia morte sarà la sua!” strillò Tarlek, tentando disperatamente di mantenersi a galla.
Kilton si vide passare davanti agli occhi le riunioni dell’intellighenzia romulana, la reclusione e l’Impero che cedeva alle pressioni esterne, estradandolo nelle terribili prigioni di Rurha Pente , dove molte sue vittime ed avversari aspettavano l’occasione di consumare lentamente la loro vendetta.
Tale prospettiva ebbe l’effetto di un elettroshock. Senza pensare, Kilton aprì la gabbia che isolava Tarlek dall’ambiente esterno e tese la mano verso l’Aberrazione Vulcaniana.
Fu il suo ultimo errore cosciente.
Il dottor Tarlek dimostrò di avere una capacità di recitazione pari a quella di grandi nomi dell’accademia d’arte drammatica, unita ad un’agilità degna di un giovane ginnasta. Uscì dall’acqua e bloccò con una mossa di arti marziali vulcaniane il suo malcapitato carceriere.
“Bene, esimio collega” sussurrò rabbiosamente “La tua mente è nella mia mente. Adesso aprimi l’uscita di servizio. So che devi toccarla con la mano e so anche che potrei staccartela ed usarla, quindi non farmi perdere la pazienza.”
Il dottor Kilton, con l’esile speranza di cavarsela senza avere la mente prosciugata, aprì la porta che dava su un vicolo, destinata in origine a far entrare la squadra che avrebbe fatto strage dell’elite diplomatica della Federazione.
“Bene, vedo che, sebbene in ritardo, dimostri di essere malleabile. Se non mi avessi lasciato le luci accese, userei semplicemente la presa vulcaniana. Ma adesso spegnerò la tua coscienza. La tua mente avrà qualche spiraglio, qualche barlume di realtà, ma sperimenterai quello che si chiama arresto conscio. Non mi nutro di carne marcia e per me la tua mente lo è. Perciò, meglio isolare quello che può provocare danno. Addio e pensami”.
Le mani di Tarlek toccarono alcuni punti katra ed il corpo di Kilton si accasciò come un sacco vuoto.
“No, dottore, mi risparmi… no, dottore, mi risparmi…” iniziò una cantilena monotona.
“Mi spiace Kilton, ma adesso dormi!”
La mano di Tarlek esercitò la presa vulcaniana sullo sventurato Kilton, lo adagiò nella sua cella come se dormisse, e si dileguò nel vicolo, verso l’astroporto e la libertà.
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