2382.09.11
Il mio modo di scrivere è prendere spunto da qualcosa di gia’ letto, visto o sentito. Questo racconto nasce di getto (l’universo sviluppato nasce e muore con il racconto) dopo aver letto un fumetto dell’uomo ragno. Nelle note del racconto è specificato il fumetto da cui ho tratto spunto.
Un racconto, come dice Stephen King (il mio autore preferito), nasce spesso con un “e se…?”. Il fumetto descrive la reazione dell’universo Marvel legato all’uomo ragno per un atto vigliacco come quello che ha devastato gli animi l’11 settembre. Mi ha colpito vedere Dr Octopus che usa le sue braccia meccaniche per scavare nei rottami, Dottor Destino che piange davanti al cadavere di un bambino.
Ho pensato allo stesso fatto vissuto traslato nell’universo di ST e quindi sono apparsi i Romulani che aiutavano i terrestri (prima che uscisse Nemesis!) ed alcune scene che sono un po’ inusuali in ST. E’ un racconto “senza logica”: quattro Sovereign in mano a cadetti? Beh… Ma certe storie vanno al di là della logica. Infine questo è il mio primo ed unico racconto pubblicato nell’Inside Star Trek Magazine.
Premessa
Questo racconto nasce di getto, senza revisione per un curioso gioco del destino.
Il 3 settembre 2002 ho finito di leggere il libro.fumetto di Stan Lee “SPIDER – MAN Le storie più belle”, edito da Einaudi (ISBN 88-06-16352-3).
Il racconto con cui termina il libro si intitola “Spider Man 11/9/2001″ e narra della sensazione di impotenza dopo quella enorme tragedia.
Ho voluto portare questa sensazione nel mondo di Star Trek, perdonatemi se in questo racconto ci saranno diverse incongruenze.
Data Stellare 2382.09.11
Diario del Capitano
É successo, l’incredibile è successo!
L’Enterprise si trovava al mio comando in missione di routine.
I Romulani, dopo l’alleanza per la distruzione del Dominio, sono ritornati ad organizzarsi. Deanna Troi soleva dire che la loro razza non inizia mai nulla, ma le voci dalla zona neutrale sono, anzi erano, quanto di più vicino ad un inizio.
I Klingon stanno a guardare e i Maquis hanno ricominciato a minacciare rappresaglie.
Sembrava quasi che la fine della guerra del Dominio avesse riportato l’universo della Federazione alla normalità.
L’ammiraglio Necheyev sembrava avere avvisaglie di un’invasione di un nuovo ramo del collettivo Borg.
L’esperienza derivata dalla nostra storia non é servita. La galassia é greve di tanto male come diceva un poeta del ventesimo secolo, è di nuovo carica come un siluro quantico pronto a distruggere una nave nemica.
Ma sto divagando…
Circa alcune ore orsono stavamo giocando a nascondino con un falco romulano, ai limiti del trattato di Algernon, anche questo era normale, prima del dominio.
L’avviso di ricezione di un codice 47 mi distrasse da quelle inutili scaramucce.
Mi recai nella sala tattica, pronto ad aprire un messaggio, il cui codice non faceva presagire nulla di buono, anche se mai avrei immaginato quello di cui mi mise a conoscenza.
Il computer riconobbe, quasi con solerzia, la mia voce, come se le informazioni che serbava fosse pesanti anche per una coscienza cibernetica.
Il volto, distrutto da un inenarrabile dolore, dell’ammiraglio Necheyev prese consistenza, la voce rotta da una profonda tristezza si infranse sul mio animo.
“Circa 10 minuti fa due navi stellari, di classe Sovereign, si sono schiantate.
Una ha colpito le strutture dell’Accademia della flotta stellare, cancellando, di fatto, la città di San Francisco. L’altra astronave si è schiantata sull’Accademia delle scienze di Vulcano. L’ambasciatore di Klingon mi ha riferito che una terza nave si è schiantata su quello che resta di Phraxis, ma, secondo i precursori imperiali, era diretta verso la sede dell’alto consiglio.
Siamo in guerra, ma non conosciamo il volto del nemico.
Ho disposto che tutte le navi, ripeto tutte le navi disponibili, si rechino verso le due posizioni colpite. Ripeto San Francisco é stata praticamente rasa al suolo, la sede della Federazione dei Pianeti Uniti non esiste più, mandate soccorsi. Necheyev, chiudo”
Rimasi impietrito davanti al monitor, rivedendo più volte il volto dell’ammiraglio, cercando di immaginare la Sovereign arrivare impazzita su San Francisco, esplodere con la forza di mille soli, cancellando milioni di vite in un istante.
Leggevo il flusso di dati, le informazioni che un freddo testo aggiuntivo dava su nomi e razze, dati su dati.
Un codice 47 non permetteva di informare la nave, ma, quando anche i codici di guerra essenziali vengono violati da un nemico senza nome, e senza volto, uno stupido codice 47 deve perdere il suo significato, il suo scopo.
I perché e i come “il nemico” avesse preso controllo di tre navi, forse in rotta di trasferimento erano domande che sarebbero rimaste senza risposta.
Forse qualcuno aveva approfittato del fatto che dei cadetti, assegnati ad una semplice missione di trasferimento, fossero nelle plance di quelle navi o chissà che altro …
Pensai anche al terzo equipaggio che volontariamente aveva scelto una morte diversa da quella stabilita degli ignoti carnefici, schiantandosi su quella che un tempo era una luna abitata.
Se anche gli altri equipaggi e le loro famiglie avessero fatto la stessa scelta…
Probabilmente e se …
Parole che esprimono dubbi e pensieri, valori aleatori, casuali come una stupida partita del destino…
“Capitano …” la voce di Data mi risvegliò da una sorta di catalessi, “Il comandante della nave romulana desidera parlarle, dice che é urgente …”
“D’accordo,” risposi.
Con un cenno mandai via Data, oramai un essere senziente completo, con un parziale controllo sulle emozioni.
I Romulani, pensai, possibile che …
“Capitano, abbiamo saputo” ,il volto di un romulano, l’equivalente del suo grado probabilmente era quello di capitano, prese il posto del residuo video di quello dell’ammiraglio Necheyev.
Il volto di quel romulano sembrava rattristato, consapevole di un orrore che la sua stessa razza non era in grado di immaginare.
“Come…” ma la domanda rimase inespressa, una devastazione simile non poteva rimanere segreta per molto.
“Capitano, certe cose vanno oltre la comprensione, oltre il perdono. Chiediamo il permesso di aiutarvi, siamo certi che nonostante tutto anche voi avreste fatto lo stesso…”
Il capitano romulano mi trovò d’accordo nel consentire loro di andare verso Vulcano.
I Romulani erano destinati ad unificarsi con i Vulcaniani e, forse, la distruzione di un simbolo li avrebbe uniti anziché dividerli.
Andai in plancia e portai l’equipaggio a conoscenza del disastro.
Le voci, gli scherzi e le battute di tutta la nave cessarono immediatamente.
La nave restò muta, raggelata e incredula.
Sprememmo sino all’ultimo erg dai motori ed arrivammo sino al pianeta Terra.
Il tempo di espletare quelle poche operazioni e ci teletrasportammo sulla superficie.
Non eravamo preparati a quello che trovammo…
Devastazione, urla di padri che cercavano i figli, figli che tra le lacrime imploravano chi li aveva messi al mondo.
Rantoli, bagliori di incendi e odore acre di morte, di corpi umani e non umani bruciati.
Un cadetto mezzo nudo, con brandelli di pelle come vestiti usati camminava senza aver conoscenza, senza coscienza del dolore. Ci vide e vide le nostre divise quasi immacolate
“Dove eravate? Perché avete permesso questo?” chiese aggredendomi mentre la sua vita lasciava il suo corpo
“Io…”
Non ebbi il coraggio, la forza di esprimergli la nostra impotenza.
Non potevamo sapere…
Non potevamo immaginare…
Camminavo su un percorso fatto di rovine fumanti, vedevo quel ponte ridotto ad una serie di sezioni penzolanti, come un orribile albero coricato sul fianco.
Come avremmo potuto prevedere il piano dei folli?
Il mondo non avrà mai difesa da una follia simile, su azioni che solo una mente senza coscienza può concepire, perché la nostra mente non può raggiungere questa pazzia.
Mi ritrovai a piangere sul corpo senza vita di quel cadetto senza nome, volevo urlargli che non potevamo prevederlo, neppure Q avrebbe potuto impedirlo.
“Jean Luc” la voce di Beverly mi strappa da un baratro di dolore “Siamo qui, ora!”
Appoggiai il corpo del cadetto e mi guardai attorno: la Federazione Unita dei Pianeti era li’ e non era sola.
Non potevano vederci tra i cumuli di polvere, le nostre voci erano appena percepibili tra le urla dei feriti.
I miei uomini e quelli delle altre navi, scavavano con le mani su quello che era stata la scuola di molti dei presenti, insieme a noi Romulani, Ferengi, Cardassiani sudavano e imprecavano quando il corpo era senza vita, si facevano catturare da un’immensa gioia quando una vita veniva strappata dall’eterno oblio.
Erano nemici, ma una devastazione simile distrugge i motivi d’odio, la storia si fa con le lacrime degli esseri senzienti e anche i peggiori dei nostri nemici hanno emozioni.
Gli stessi Vulcaniani a San Francisco, ed anche su Vulcano, piangono questa immane tragedia che ha cancellato in modo assurdo un numero imprecisato di innocenti, che ha distrutto dei simboli di pace …ma i simboli si possono ricostruire.
Noi chiniamo la testa quando pensiamo a quegli uomini comuni che hanno reso eccezionali atti di pietà, grandi gesti di coraggio.
I veri eroi sono loro, senza scuola e senza esperienza, hanno compiuto gesti e azioni che, in modo consapevole, non avrebbero mai osato.
Tra quei mostruosi dieci minuti tra i due impatti, tra la differenza di un terribile incidente e la certezza di una mente criminale, le strutture di soccorso di San Francisco sono state dimezzate, se non addirittura cancellate.
Ora, camminando tra le macerie, assistiamo ad atti di eroismo, atti che schiaffeggiano un volto ignoto ed ignobile, che con una vile azione avrebbe voluto distruggerci anche moralmente.
Vediamo soldati senza armature che combattono il fuoco, esplorano antri bui perché sanno che qualcuno aspetta, tremando, nel buio, aspetta soccorso, aspetta giustizia, aspetta spiegazioni.
Deanna porta via, tra le lacrime, un bambino che aspetta impassibile davanti ad un cumulo di macerie.
“C’é mio padre là dentro!” dice indicando quello che in origine era un complesso residenziale.
“Se resto qui ad aspettarlo non si farà male.”
Non esiste parola in nessuna lingua.
Guardo Worf .impietrito. che osserva questa catastrofe piangendo, abbracciato all’ambasciatore Spock, anche lui il volto rigato dalle lacrime.
“Tutto questo sangue, senza un briciolo d’onore…”
Worf rivede una distruzione che ha già provato, ma per la seconda volta nella sua vita, l’unica espressione che é in grado di materializzare è quella di una profonda tristezza.
Non ho il coraggio di immaginarmi al suo posto, di essere costretto a vivere per una seconda volta questa tragedia.
“Andiamo signori,” si avvicina Will Riker.
Il mio “numero uno” prende per mano quei due alieni, figli di un altro cielo, ma che provano la nostra stessa nostra sofferenza.
Sento la voce di Will che dice “C’é tanto lavoro da fare, piangeremo domani.”
Alcuni bambini in visita da una colonia, scampati alla morte per pochi minuti, sembrano chiederci spiegazioni.
I loro volti tristi sembrano chiederci di spiegargli cosa é il male…
Che cosa posso dirgli? Che il male non é di questo mondo che non é della nostra razza, o, forse, dovrei dir loro che il male é un pensiero dietro il volto che potrebbe essere quello di un genitore o di un amico?
Forse questo aggiungerà incubo su incubo…
Forse io, Jean Luc Picard, devo dir loro che io, che ho sconfitto i Borg, sono dispiaciuto?
Devo dirgli che non posso dar loro un mondo all’altezza di quello che cinque minuti prima dell’impatto sognavano?
Forse devo dir loro che li amiamo, che vorrei sostituire il peso di questo orrore con uno tanto grande quanto il nostro amore?
L’ambasciatore Spock si asciuga le lacrime, ci guardiamo e il nostro sguardo vale più di milioni di parole.
Spock che ha solcato gli spazi e conosciuto menti si avvicina a quei bambini e parla:
“In questi giorni nascono eroi, voi singoli esseri viventi, più nobili e più forte di quanto pensiate, voi siete il futuro e vi saluto. Lunga vita e prosperità. “



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